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Trapianto di Cellule Staminali Emopoietiche

Col termine di “trapianto di cellule staminali emopoietiche (CSE) si intende indicare la infusione delle medesime, in un soggetto malato, allo scopo di ricostituire la normale ripresa delle normali componenti cellulari ed immunitarie del sangue”. Le CSE possono essere “autologhe” (cioè del paziente stesso), “allogeniche” (da donatore diverso: familiare o volontario) o “singeniche” (da donatore gemello monovulare); quindi il trapianto si dirà, a seconda del donatore, autologo, allogenico oppure singenico. La sorgente di cellule staminali può essere rappresentata dal midollo osseo, dal sangue venoso periferico o dal cordone ombelicale.

Trapianto di cellule staminali autologhe o trapianto autologo

Un paziente portatore di una neoplasia maligna non guaribile con la terapia convenzionale, ma sensibile alle dosi di chemioterapici, è un potenziale candidato alla somministrazione di un carico di farmaci citotossici molto elevato. Questa terapia (regime di condizionamento) è definita «sovramassimale», in quanto non consente il recupero ematologico spontaneo. In questo caso, il ripristino delle normali funzioni emopoietiche viene affidato alla reinfusione di cellule staminali del paziente, in precedenza adeguatamente raccolte e conservate. La sorgente di CSE è quasi esclusivamente rappresentata dal sangue periferico, da dove le cellule vengono prelevate mediante procedura di aferesi.

Indicazioni

Le indicazioni i per il trapianto autologo sono le neoplasie ematologiche e non tumori solidi, purché siano radio-chemiosensibili. La maggior parte dei trapianti autologhi (80%) viene eseguita per oncoemopatie, il restante per tumori solidi. L’età fino a cui è possibile venire sottoposti a tale procedura può essere 70 anni.

Trapianto di cellule staminale allogeniche

Il trapianto allogenico, mira ad una sostituzione completa del patrimonio ematologico (normale ed alterato) del paziente con cellule staminali ottenute da un idoneo donatore sano. Vi è quindi necessità di individuare un donatore idoneo per poter procedere. Tra i numerosi, ed in parte sconosciuti, sistemi antigenici di istocompatibilità, il principale è rappresentato dal sistema HLA (Human Leukocyte Antigens); l’identità assoluta per gli antigeni di questo sistema è, infatti, un requisito di grande importanza per il successo del trapianto stesso. L’estremo polimorfismo del sistema HLA nell’ambito della popolazione generale viene ristretto tra i familiari consanguinei, con possibilità di trovare un’identità HLA nel 25% della fratria. Di conseguenza, solo 1 paziente su 4, in media, ha la possibilità di essere avviato al trapianto allogenico. Visto il grande polimorfismo del sistema HLA, la probabilità, per un paziente, di trovare un donatore HLA identico al di fuori dell’ambito familiare sono bassissime: per tale motivo sono state costituite , nel mondo, «banche» informatizzate, contenenti i risultati della tipizzazione HLA di milioni di donatori volontari di cellule staminali emopoietiche (circa 11 milioni a febbraio 2007). In assenza di un donatore HLA identico tra i consanguinei del paziente, può essere attivata questa ricerca informatizzata. La probabilità di trovare un donatore è dell'ordine del 60% circa entro 8 mesi dall'inizio della ricerca e infatti questi trapianti rappresentano oggi circa il 40% di tutti i trapianti allogenici. I risultati sono sovrapponibili a quanto può essere ottenuto con un donatore familiare. L’obiettivo terapeutico che il trapianto allogenico si pone è la guarigione del paziente e questa dipende dalla eradicazione della malattia di base e ricostituzione dell'emopoiesi del donatore. L'eradicazione della malattia di cui il paziente è affetto può essere perseguita con una duplice modalità:

  • tossica (chemio/radioterapia, il cosiddetto regime di condizionamento)
  • immunologica

La reazione del trapianto contro il ricevente, graft-versus-host disease o GVHD, che in sostanza rappresenta il risultato clinico dell’aggressione immunologica del donatore nei confronti del ricevente, si è spesso mostrata anche un’efficace aggressione immunologica contro la malattia di base . Le cellule staminali emopoietiche utilizzate per il trapianto allogenico possono essere di origine midollare, ( circa 40 %) o del sangue circolante, (circa 60%) o del sangue del cordone ombelicale (circa 3%). Quanto all’età del paziente da trapiantare, tenendo conto che la GVHD è di entità crescente in funzione dell’età, si è convenzionalmente stabilito il limite massimo di 55-60 anni. In realtà, questo limite è spesso superato, quando le condizioni cliniche del paziente sono ottime e l’indicazione al trapianto è assoluta.

Indicazioni

Le indicazioni al trapianto allogenico sono rappresentate da affezioni ematologiche, maligne e non. Tra le affezioni non maligne, la principale è rappresentata dall’aplasia midollare severa non responsiva alla terapia immunosoppressiva, nella quale si ottiene la guarigione permanente in circa l’80% dei pazienti. Risultati lusinghieri vengono ottenuti anche nei bambini portatori di Talassemia maior. Infine, numerose malattie dovute ad errori congeniti enzimatici costituiscono precisa indicazione al trapianto allogenico Le affezioni ematologiche maligne (leucemia acuta mieloide, leucemia acuta linfoblastica, leucemia mieloide cronica) rappresentano l’indicazione principale al trapianto allogenico (circa 90%).

 

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